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Didattica: Giovanni Mangione




Giovanni Mangione "... Anche molte delle parole che usiamo tutti i giorni sono «relative». Gran parte di esse, prese a sè, non hanno alcun significato, ma lo acquisiscono nel contesto del discorso e la stessa parola cambia di significato ogni volta che viene inserita in contesti differenti... Cosa dunque è più importante, o meglio, essenziale?
- l'aspetto della parola in sè o il significato che assume in un determinato contesto?
- l'aspetto di una nota (il darle un nome standard, sempre uguale) o il significato che assume nel contesto musicale?
Non vi può essere che una risposta
"

Quando Giovanni Mangione, all'inizio degli anni '70, conobbe la pedagogia di Kodály aveva già al suo attivo una lunga serie di manifestazioni musicali con cori di bambini. Memorabile fu, per esempio, la partecipazione al concerto diretto da Pierre Dervaux al Teatro Comunale di Firenze in "Morte del Vescovo di Brindisi" di Giancarlo Menotti, del marzo 1966. Nell'anno successivo è da ricordare un concerto da lui diretto comprendente alcuni brani da "A ceremony of Carols" di Benjamin Britten, per coro a tre voci bianche ed arpa e le "Litanies à la Vierge Noire" di Francis Poulenc per coro a tre voci bianche ed organo.
Questo concerto ebbe luogo nella Basilica di San Marco e riscosse tanto successo che il M.° Piero Farulli gli chiese che fosse replicato al Teatro Romano di Fiesole. Nel luglio del '69, in onore dei partecipanti al II Congresso Internazionale sull'Ars Nova, tenutosi a Certaldo, il coro di voci bianche eseguì la "Missa brevis" di Britten.

L'incontro con la pedagogia di Kodály

Proprio la ricerca della purezza del canto "che per sua natura fosse la negazione del divismo e che potesse costituire espressione limpida e genuina, non ancora contaminata da influenze artificiose e chiaramente consumistiche" 1 ha portato Mangione a riscoprire il valore di Kodály pedagogo.
Ciò accadde a Fermo, in due corsi successivi organizzati dalla SIEM (Società Italiana per l'Educazione Musicale) e tenuti dal professor Làszlò Agòcsy il primo, e dallo stesso professore coadiuvato da sua figlia Erika Agòcsy Horvàth, il secondo.

Fu per Mangione un'esperienza straordinaria e a lui profondamente congeniale, che lo portò ad applicare subito questa metodologia constatando con sorpresa con quanto entusiasmo i bambini partecipassero ad un tipo di lezione consistente nel solfeggio cantato di motivi pentatonici ungheresi. "Balza evidente - così egli ebbe a scrivere - una prima logica spiegazione: essi vi hanno ritrovato la cosa più necessaria ai fanciulli, la semplicità. Hanno riscoperto il bisogno innato delle filastrocche e delle nenie, di un canto puro, chiaro, composto. Va precisato che ovviamente ho fatto una meditata scelta delle melodie, proponendo quelle che mi sono sembrate più vicine al nostro modo di sentire. È essenziale, a questo punto, fare una distinzione: vi sono cose che vengono accettate e cose che vengono vissute. Ebbene, mi sono reso conto, nel continuo contatto con i bambini, che queste melodie venivano sentite e vissute in quanto fortemente congeniali alla loro mentalità e rispondenti alle loro esigenze spirituali" 2.

La rielaborazione

Mangione fu quindi portato a chiedersi il perché di tutto questo ed illustrò il frutto della sua appassionata ricerca in un articolo apparso nel 1974 sulla rivista "Michelangelo" 3
L'articolo si apre con una meditazione sulle parole di Jung: "L'inconscio è lo spirito della natura ctonia e contiene le immagini archetipe della Sapientia Dei. Ma l'intelletto dell'uomo civile moderno si era troppo smarrito nel mondo della coscienza, sicché quando improvvisamente si avvide del volto di sua madre, la terra, ne ebbe un sussulto dì sgomento" 4.
Mangione era convinto che "se abbiamo il coraggio di guardare dietro la facciata della nostra coscienza e di porgere la mano all'irrazionale e al primitivo che è in noi, queste parole ci offrono la speranza di una non lontana soluzione delle crisi e delle fratture dell'uomo.
Come dice ancora Jung "bisogna trovare il modo di gettare un ponte tra realtà conscia e realtà inconscia" 5. Tale problema si pone oggi sulla nostra strada con sempre maggiore evidenza e, al di là degli studi filosofici da un lato e delle tecniche psicoterapeutiche dall'altro, la pedagogia ha un compito difficilissimo da svolgere, costruire pietra per pietra il famoso ponte. Ora "la musica sembra essere uno dei modelli archetipi contenuti nell'inconscio" 6.

 
1 G. Mangione, La pedagogia della musica secondo Zoltán Kodály, Firenze, 1974, p. 6.

2 Ib. 8

3 G. Mangione, Musica perché, articolo apparso sulla rivista "Michelangelo" ottobre-dicembre 1974. la Ginestra Editrice Firenze, e riproposto come premessa in La riscoperta della Musica attraverso il metodo Kodály. Acquafresca Editrice, Chiasso, Svizzera, 1981.

4 C. G. Jung, La psicologia del transfert, Milano, 1961, p. 151

5 C. G. Jung, La psicologia dell’inconscio, Torino, 1970, p. 133

6 Cfr. A. Storr. La dinamica della creatività, Roma, 1973, p. 253

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